Editoriale – Tra “logica” e “storia”: le ragioni dell’universale e quelle del finito

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di Marco Casucci – Il Pensare, Anno 5, n. 5, 2016

Il problema del rapporto tra logica e storia è uno dei cardini della discussione filosofica del pensiero occidentale che si è consolidato a partire dall’affermazione dello hegelismo. La portata dell’affermazione hegeliana secondo cui ciò che è razionale e reale e ciò che è reale è razionale conduce ad una molteplicità di prospettive che possono essere modulate su di una varietà di registri in grado di condurre a diversi esiti, a seconda del livello su cui si coglie la questione medesima. Questa, effettivamente, è quella problematica del rapporto tra uno e molteplice che rappresenta la croce nella rosa del presente, tanto per richiamare un’altra ben nota espressione hegeliana dei Lineamenti. Ed è esattamente a questa problematica che in questa breve introduzione si intende far riferimento per richiamare il pensare al suo compito essenziale che è quello di ricomprendere in un lavoro potenzialmente senza fine questo rapporto essenziale in cui si scontrano esigenze spinte conflittuali per la coscienza medesima.

A tale proposito, per una sorta di ratio oppositiva al tema che qui si sta introducendo, si voleva richiamare l’attenzione ad una critica che proviene alle visioni unitariste del senso della storia, di cui Hegel è senza dubbio il massimo esponente. Si tratta in altre parole dell’accusa mossa da Dostoevskij nel suo primo capolavoro Delitto e castigo, alla visione universalistica della storia, in virtù di cui il “delitto” risulterebbe giustificato da una ragione superiore. Tutti ricorderanno senz’altro il pensiero terribile che si insinua nella mente del giovane Raskol’nikov nel momento in cui sente discutere i due estranei sul “senso” delle guerre napoleoniche in Europa: se infatti l’imperatore di Francia ha potuto sacrificare migliaia di vite in nome degli ideali della rivoluzione, perché un giovane studente non potrebbe uccidere una singola persona in nome della realizzazione di un ideale più alto?

L’argomento, come sembrerebbe richiama da vicino l’entusiasmo dello Hegel a Jena per l’arrivo dello “spirito del mondo a cavallo”, anche se sarebbe senz’altro riduttivo restringere l’obiettivo della critica dostoevskiana al solo Hegel. Ma in ogni caso sarebbe possibile ricondurre ad Hegel gran parte dell’ispirazione di questi motivi universalistici che al tempo della scrittura di Delitto e castigo fomentavano le menti degli intellettuali “al passo coi tempi” in direzione di un rinnovamento dell’umanità ad ogni costo, anche a costo della “vittima innocente”.

La critica di Dostoevskij all’interpretazione universalistica della storia è infatti imperniata su un dettaglio, minimo, ma essenziale: quando Raskol’nikov uccide la vecchia usuraia in nome della sua “idea” viene annientato da quel “dettaglio” che per la storia rimane sempre “pietra di scarto”, e che in quanto tale costituisce l’elemento non integrabile nel sistema della visione. Si tratta della sorella demente della vecchia usuraia, simbolo imperituro della vittima innocente che il “progetto” storico nella sua idealità non contempla se non come elemento “minimo” di cui farsi carico in un “tollere” che non suona sempre come un “sopportare” e mai come un elevare autentico in grado di restituire a quella finitezza la sua specificità, al di là di ogni onto-logizzazione. Da questo punto di vista, quindi, il percorso dostoevskiano risulta essere del tutto eccentrico, anche se la questione tornerà a farsi sentire in tutta la sua preminente inevitabilità nel momento in cui si apriranno le porte dell’orrore il 27 gennaio 1945.

A partire da quella data, pensare un senso unitario della storia, pensare che la storia abbia una logica, o che esista un qualsivoglia rapporto tra logica e storia, diventerà qualcosa di estremamente arduo e renderà l’impresa hegeliana bersaglio di critiche trasversali da più parti. Il pensiero del XX secolo sarà segnato dall’esercizio critico nei confronti dello hegelismo in un presentimento e poi nella conferma dell’impossibilità di pensare la storia al di fuori di una “violenza” originaria del pensare che si eserciterebbe nei confronti della finitezza del finito.

Come dunque ripensare questo rapporto essenziale? Il rapporto tra logica e storia si esaurisce in un semplice uso “violento” della ragione, dell’uno, dell’universale sulla sfera del finito? Oppure è possibile riscoprire nell’esigenza di una logica e di un suo rapporto essenziale con la storia la possibilità di un pensare aperto sulle questioni più originarie del rapporto uno-molti, al di là della riduzione della “logica” ad un mero “meccanismo”, seppur dialettico, dentro cui rinchiudere il senso per dominarlo e manipolarlo?

A tutte queste domande i saggi presentati in questo numero, tentano se non di dare una risposta, quantomeno di riproporre il problema nell’ottica di un riposizionamento della domanda a partire da un’acquisizione critica della dialettica, così come si è avuta nell’orizzonte del pensiero contemporaneo. Non è quindi un caso che i saggi contenuti in questo numero si sforzano per la maggior parte di ripensare la questione del rapporto tra logica e storia nell’ambito di un confronto con il pensiero contemporaneo nella sua eredità critica nei confronti del pensiero di Hegel e di quella logica, che sembra comunque essere irrinunciabile nel momento in cui si vuole tentare un approccio alla questione rappresentata dal divenire storico, nell’impossibilità di lasciarlo andare in dissolvenza, secondo quella legge di cui Hegel stesso era ben consapevole nel momento in cui affermava che il senso del finito è propriamente quello di finire. In ogni caso quindi l’approfondimento del tema del molteplice riconduce a quello dell’uno e viceversa, in un richiamo reciproco in virtù di cui la “ragione”, la “logica”, forse non avranno più l’ultima parola, ma che in ogni caso rappresentano una domanda che sempre si pone e che non può non porsi nell’esigenza di recuperare un “criterio” che solo permette la “critica” e che nella sfera dell’ideale sempre rintraccia la possibilità del suo darsi.

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