Editoriale

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di Furia Valori e Marco Casucci – Il Pensare, Anno 2, n. 2, 2013

La riflessione sul tema dell’“alterità” interroga da sempre la filosofia e il pensiero contemporaneo l’ha ripreso con particolare attenzione declinandolo, in particolare, nell’ambito di un’articolata indagine ontologica, spesso anche critica nei confronti della sua storia. Alterità e ontologia si presentano, quindi, come due termini in relazione dialogica e dialettica tra di loro, in grado di raccogliere significazioni sempre diverse e di suggerire sviluppi speculativi inediti ad una riflessione che sempre più si interroga sul senso dell’essere nella sua dimensione relazionale con l’altro/Altro. Proprio in questo senso l’alterità come alter-ego e l’alterità come trascendenza costituiscono i due poli di riferimento che si sono intrecciati nei saggi che presentiamo. La questione dell’alterità si articola così su di un duplice livello ed esplica una tensione sempre viva per il pensare. Tensione “interna” ed “esterna” al pensare medesimo che lo interroga e lo interpella verso un al di là di se stesso radicato in quel sé che costituisce il centro non egologico ma relazionale che chiede di essere portato ad esplicazione.

La domanda sull’alterità diviene così il luogo in cui la dottrina dell’essere, sin da i suoi albori, conosce il suo scacco e la sua riconferma, andando a sostenere l’interrogativo leibniziano sull’essere e il nulla. Da sempre, ponendo la questione dell’essere, inevitabilmente si pone anche la questione del non-essere, dell’altro, del non-identico che rende più complessa e articolata la questione ontologica medesima.

Ciò in effetti era già noto alla metafisica antica come questione che, ad esempio, costringerà Platone ad una revisione radicale della sua dottrina dell’idea in un progetto che fosse in grado di comprendere anche i grandi generi dell’άλλον e dell’έτερον. E non c’è quindi da stupirsi se a più di venti secoli di distanza un grande pensatore come Ricœur abbia cercato, sulla “via lunga” di una riflessione antropologica ai limiti della “terra promessa” dell’ontologia, di dare ancora una risposta a questo interrogativo platonico che si è riverberato su tutto il tessuto del pensiero filosofico occidentale. Il tema dell’“altro” è insomma estremamente problematico per la nostra tradizione ontologica, proprio perché conduce sulla via di un pensare “alternativo” che rifiuta il darsi dell’identità immediata di riflessione, per mettersi in cammino verso una complessità del dire e del pensare che si manifesta interamente nella ricchezza di percorsi e articolazioni.

Ed è stato senz’altro così anche per questo numero della nostra rivista, su cui sono confluiti interventi di diversa ispirazione che hanno toccato aspetti di volta in volta differenti della medesima questione. Da questo punto di vista, è stato possibile notare come la relazione tra la questione dell’essere e la questione dell’altro è stata articolata secondo due direttrici fondamentali: una di carattere “orizzontale”, incentrata prevalentemente sull’esigenza di “giustificare” o “dare ragione” dell’altro come “altro-da-me” sul piano delle relazioni intramondane; e un’altra di carattere “verticale” intesa a cogliere l’“Altro” nella sua dimensione di trascendenza sulla linea di un distacco e di una differenza che costringono il pensare ad un “salto”. Rispetto a queste due macro categorie, in cui crediamo si possano cogliere gli aspetti salienti dei saggi qui presentati, ovviamente ciascun autore ha presentato la sua specifica sfumatura e combinazione di temi che spesso si articolano in una doppia direzione tanto “orizzontale” che “verticale”.

Così, nel suo lavoro incentrato sul percorso filosofico di Paul Ricoeur, Annalisa Caputo pone attenzione al tema del dono come punto di fuga della riflessione ricoeuriana. In particolare il saggio sottolinea come nel percorso del pensatore francese si assista ad una evoluzione significativa che passa attraverso tre fasi fondamentali in cui si intersecano in maniera differente il tema ontologico dell’origine e quello del limite, entrambi caratterizzanti la speculazione ricoeuriana. L’autrice evidenzia una prima fase, sviluppatasi negli anni ’50-’60: si tratta della cosiddetta “filosofia della volontà” in cui la riflessione sul tema dell’origine si caratterizza come tentativo di elaborazione di una “poetica”; una seconda fase del pensiero ricoeuriano, che attraversa gli anni ’70-’80, si caratterizza invece per una maggiore attenzione al tema ermeneutico e che arriva fino a Sé come un altro; a partire da quest’opera, che può essere considerata uno spartiacque nel pensiero ricoeuriano, si sviluppa una riflessione che verte maggiormente sul limite e si fonda su un agnosticismo di base che si rifiuta definitivamente di sovrapporre la dimensione ontologica a quella teologica, sancendo definitivamente l’impossibilità per la filosofia di dire in Dio la totalità dell’essere, così come aveva tentato di fare l’onto-teologia. La Caputo evidenzia l’esigenza di dialogo fra i due aspetti, che da Ricoeur viene sempre mantenuta, in particolare nella sua prosecuzione parallela dei sentieri dell’“ermeneutica filosofica” e dell’“ermeneutica biblica”. Forse nella sua ultima opera Percorsi del riconoscimento si può assistere ad un potenziale ricongiungimento delle vie fino a quel momento separate, nella paradossale “economia del dono”: qui le tematiche dell’alterità e del Principio trovano altresì una loro esplicazione essenziale nell’ontologia relazionale del pensatore francese.

Con il saggio di Gianluca Cavallo ci ritroviamo invece in un ambito strettamente politico che tuttavia non intende rinunciare ad una analisi di tipo ontologico per quel che riguarda il tema del riconoscimento dei diritti all’interno della comunità umana. Infatti l’autore affronta criticamente le riflessioni di MacIntyre sul tema dei diritti umani per vedere se, a partire dalla rilettura della filosofia aristotelico-tomistica operata dal pensatore, sia possibile una fondazione ontologica degli stessi. In particolare l’autore sottolinea come i diritti umani siano criticabili da un punto di vista strettamente liberal-proceduralistico, giungendo a rivalutare positivamente in particolare la “regola d’oro” come principio etico-teleologico in grado di dare un contenuto costituente una sorta di “legge naturale” alla base dei diritti formulabili storicamente. Da questo punto di vista è quindi importante il contributo aristotelicotomista, nella misura in cui è in grado di mettere al centro la dimensione relazionale in direzione del bene comune. Cavallo propone a fondamento di una rinnovata teleologia in politica l’“ontologia relazionale” di MacIntyre.

Il contributo di Crivella propone all’attenzione un elemento fondamentale che entra a condizionare l’“essere” dell’“altro”: ovvero il “tragico”. Come già aveva avuto modo di evidenziare P. Ricoeur nel suo capolavoro Sé come un altro il “tragico dell’azione” costituisce un momento fondamentale nell’analisi del sé alla ricerca drammatica di un radicamento ontologico. Da questo punto di vista il saggio di Crivella dedicato al Caligola camusiano costituisce un importante punto di riflessione che intercetta l’esigenza di considerare una relazione impossibile che si inscrive nella dinamica tragica del potere come cancellazione nichilistica di ogni alterità. Così l’autore mette in relazione il dramma di Caligola con altre due opere fondamentali del pensatore francese: Il mito di Sisifo e L’uomo in rivolta sottolineando come la dimensione dell’“uomo assurdo”, tipica dell’esistenzialismo di Camus, prenda forma nelle vesti del tirannico imperatore romano.

Il saggio di Federico Croci procede ad una serrata analisi in particolare del Sofista platonico con l’intenzione di enucleare la dinamica aporetica che qui viene ad esprimersi nel rapporto tra identità e differenza. L’autore fa notare come il difficile rapporto tra ente e non-ente, così come si presentava problematicamente a partire da Parmenide, venga letto platonicamente in maniera rinnovata, all’interno di una dinamica in cui “identità” e “differenza” si intrecciano in modo indissolubile, creando così una trama metafisica all’interno della quale la negazione gioca un ruolo mai meramente “negativo” quanto piuttosto coessenziale alla trama dell’essere. nel saggio la questione sul tema dell’identità e della differenza viene affrontata anche negli esiti dell’ontologia aristotelica, che nel tentativo di risolverle, rinnova le aporie platoniche.

Il lavoro di Giampaolo Loffredo affronta il tema della “differenza ontologica” nel pensiero schopenhaueriano, riprendendo una prospettiva heideggeriana che fa da sfondo a tutto il saggio e che costituisce una chiave di lettura importante, in grado di restituire al pensatore di Danzica quello spessore ontologico che troppo spesso un lettura “esistenzialista” tende ad occultare. L’autore così intende mettere in evidenza come la dimensione della Noluntas piuttosto che quella della “volontà di vivere” costituisca il vero nucleo tematico dell’opera schopenhaueriana. Solo a partire da questa dimensione che si palesa nel finale del capolavoro schopenhaueriano è possibile, anzi doveroso, rileggere tutta la sua dottrina sulla soglia di una Überwindung radicale in cui tutta la metafisica del Wille si trasvaluta. La Noluntas schopenhaueriana è quindi ciò che pone, a detta dell’autore, sulla soglia di questo oltrepassamento a partire da cui si dischiude una radicale “differenza ontologica” che, sola, permette una rilettura sensata del Mondo, oltre le numerose contraddizioni che vi si possono troppo facilmente rinvenire, laddove si riducesse Schopenhauer a “pensatore della volontà”.

Con il saggio di Federica Malfatti abbiamo invece un approccio puramente fenomenologico al problema dell’alterità. L’autrice infatti prende spunto dalle considerazioni cartesiane sul tema del Cogito così come vengono presentate nelle Meditazioni cartesiane. L’analisi si incentra in particolar modo sul significato del darsi del mondo come alterità in Husserl, interrogandosi sul senso radicale di questa alterità a partire dall’epochè fenomenologica. Il saggio sviluppa la critica husserliana alla soggettività tradizionalmente intesa per giungere al significato della costituzione fenomenologica come termine di riferimento dell’analisi. È quindi a partire da questo punto che viene presentato problematicamente il tema dell’“alterità” e il suo significato per il soggetto. La stessa problematica della relazione intersoggettiva propriamente scaturisce dall’esigenza di mostrare come non si dia mai un rapporto singolare e solipsistico tra io e mondo, quanto piuttosto una relazione condivisa tra più soggetti. L’alterità diviene quindi una modalità essenziale inscritta nel soggetto medesimo ma che si presenta sempre problematicamente ad un soggetto sempre centrato nel suo ego. Proprio per questo l’autrice sottolinea come l’alterità nella prospettiva della fenomenologia husserliana non si dia mai tematicamente, ma sempre come una zona d’ombra, come un’assenza che permane al di là della presentazione dell’oggetto.

Su altri sentieri ancora ci conduce il saggio di Giulia Maniezzi che scandaglia il senso dell’alterità in Valdimir Jankélévitch. Il filosofo francese di origini russe viene qui preso in considerazione facendo particolare attenzione al rapporto sussistente tra la sua ontologia e il senso dell’alterità di cui essa si fa portatrice. Per l’autrice, infatti, la filosofia di Jankélévitch è incentrata sull’evento come luogo di rottura della continuità definitoria tipica della metafisica occidentale, la quale ha nella maggior parte dei casi operato in direzione di una “determinazione” definitoria dell’essere, ignorando quell’eccedenza che all’essere stesso appartiene come quel di più che misteriosamente lo “fa” essere e lo mette in opera. In questo senso la cosiddetta “filosofia prima” di cui la metafisica si attribuisce il titolo, in realtà è sempre “seconda”, perché cercando di attingere l’essere in maniera concet-tualmente definitoria, tralascia “il fatto” che esso sia, ovvero quello stupore riguardante l’interrogazione fondamentale circa l’essere e il nulla. Una “ontologia dell’alterità”, costituisce per l’autrice la più intima essenza della filosofia di Jankélévitch.

Col saggio di Andrea Sacconi, poi, si rimane in ambito francese, sviluppando una analisi della interpretazione derridiana di Nietzsche. In particolare, l’autore mette in evidenza come l’attenzione riservata da Derrida al pensatore tedesco conduca ad una caratterizzazione di Nietzsche come pensatore dell’alterità, in netta contrapposizione con l’interpretazione heideggeriana che vedeva nel filosofo di Röcken l’ultimo canto della metafisica occidentale e del suo “oblio della differenza ontologica”. Secondo la lettura offertaci da Sacconi, infatti, Derrida ha messo in evidenza come il pensiero di Nietzsche, nel suo stesso incedere frammentario e aforismatico, costituisca un via di accesso a quell’Altro che non ha dimora nella filosofia occidentale, ma che ne costituisce l’inevitabile presupposto. Da questo punto di vista per Derrida, Nietzsche sarebbe il pensatore che prima di tutti ha tentato di andare oltre la “presenza”, riuscendo a pensare ciò che è in grado di irrompere oltre il linguaggio metafisico e a guardare oltre di esso. Il “pensiero del forse” diviene così l’elemento che per l’autore del saggio permette a Derrida di cogliere in Nietzsche l’iniziatore della critica della presenza e l’iniziatore di un pensiero dell’alterità.

Un altro aspetto del rapporto essere-altro è poi affrontato con differente impostazione nell’ampio saggio di Danijel Tolvajčić, che affronta il concetto di trascendenza in Jaspers a partire dal tema della “fede filosofica” e della questione teologica che nel pensatore tedesco risulta essere problematica. L’argomento affrontato risulta di particolare importanza, nella misura in cui tenta di portare in luce l’attualità speculativa del pensiero jaspersiano e la sua impostazione prettamente metafisica. L’autore sottolinea come la lettura che Jaspers dà di Kant non concluda nell’agnosticismo, quanto piuttosto in una metafisica di carattere esistenziale, incentrata su quella che viene appunto definita “fede filosofica”. Da questo punto di vista l’autore del saggio pone in evidenza il carattere profondamente metafisico della speculazione jaspersiana, facendo riferimento soprattutto agli ultimi testi della produzione del pensatore tedesco, evidenziando come la questione teologica stessa trovi in Jaspers un importante centro di riflessione, a partire dall’intendimento della “cifra” “Dio”. Tale teologicità del pensiero jaspersiano può essere quindi ritrovata, oltre i limiti del dire umano, caratterizzato dalla dimensione apodittica e definitoria, in un linguaggio in grado di accennare ad una alterità irriducibile e inoggettivabile, autenticamente trascendente, che si lascia cogliere solo all’interno di una domanda esistenziale radicale che intende confrontarsi col tema “Dio”.

Il saggio di Furia Valori, infine, affronta criticamente la particolare riflessione riguardo all’alterità elaborata nell’ontologismo critico di Pantaleo Carabellese. A questo scopo l’autrice focalizza l’attenzione sulla seconda parte dell’ultimo sistema L’Essere e la sua manifestazione, intitolata significativamente Io, che costituisce la più ampia e matura trattazione della soggettività molteplice condotta dal filosofo. Qui è contenuto un interessante sviluppo del concetto di alterità che riceve luce all’interno della concezione carabellesiana dell’“Essere di coscienza puro” che “esige”, per esser tale, il nesso fra Oggetto puro, ossia Dio, e soggettività molteplice. Il soggetto, in quanto esistente necessariamente – il Carabellese ripensa la lezione cartesiana – implica per lui altrettanto necessariamente l’altro, che è sempre un altro io. In questa riflessione diviene stringente il suo confronto critico con Fichte il cui io assoluto si identifica in toto con la coscienza, riducendo l’oggettività a negazione; così l’io fichtiano è in realtà il solo che cade nel nulla del non pensare. Il Carabellese rivendica l’immaterialità dei soggetti nella loro purezza apriori, la loro infinita penetratività e identità, senza però indicare come possano differenziarsi l’uno dall’altro. La Valori pone in evidenza il rischio dell’annullamento dell’alterità, pur se non voluto; nello stesso tempo osserva che il Carabellese si involge in una sorta di circolo vizioso fra Dio e io molteplice, in quanto se da un lato Dio nell’Essere coscienziale è la qualità infinita di cui l’io è terminazione, moltiplicazione/alterazione, dall’altro a Dio, in quanto non soggettivo, sono necessari i soggetti pensanti.

Nel complesso, quindi, i percorsi dell’intreccio fra alterità e discorso ontologico presentati possono costituire un valido contributo alla discussione e il punto di partenza per ulteriori sviluppi. In ogni caso la dimensione della relazionalità così come si pone all’interno della questione ontologica costituisce un nucleo tematico ricco di declinazioni a cui si spera questo numero della rivista possa aver dato un contributo significativo.

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