Editoriale – Alle radici del conflitto

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di Furia Valori – Il Pensare, Anno IV, n. 4, 2015

La filosofia occidentale ha pensato con difficoltà la conflittualità umana, in quanto il dominio del logos che la caratterizza, anche se non esclusivamente, ha orientato una riflessione in cui la spiegazione spesso è stata declinata come una giustificazione del conflitto e del male che lo sottende. L’astuzia della ragione ha operato una sorta di mutazione del conflitto, intendendolo come mezzo funzionale alla realiz-zazione del fine razionale che, quindi, lo risolve e, in fondo, assolve. Il dominio della riflessione assoluta nelle sue molte forme, o anche il dominio totalizzante del Medesimo, direbbe Lèvinas, tutto ciò ha comportato la copertura, la mistificazione, la sublimazione e spesso l’occultamento del conflitto nella gerarchia ontologica. Il conflitto nelle relazioni intersoggettive, insomma, è riconosciuto/risolto nel movi-mento totalizzante del logos o della Provvidenza divina.

In realtà, nella relazione intersoggettiva l’incontro comporta le tante modalità dello scontro, il riconoscimento non si esaurisce nelle sfumature dell’amicizia, dell’amore, del rapporto responsabile, ma include sempre le tante forme del misconoscimento, della lotta per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei bisogni essenziali/inessenziali. Se la relazione è un esser già dato, invece la qualità della relazione richiede impegno e sforzo costante, responsabilità. L’indagine fenomenologico- esistenziale heideggeriana ha dischiuso nell’Esserci l’esser-nel-mondo e il con-essere e ha raccolto nella “cura” le determinazioni ontologiche dell’esistenza: ma il passaggio dall’inautenticità all’autenticità avviene in una fondamentale solitudine relazionale, che nella calma esangue della consapevolezza del proprio “esserper-la-morte” non sembra avere la fatica del confronto e lo sforzo dell’esistere.

Quella che per Nietzsche costituisce la “malattia storica”, ossia la risoluzione dell’agire nel conoscere, diventa in Heidegger sublimazione dell’agire, del volere, nel riconoscimento della finitezza dell’esistenza; non sembra che la Gelassenheit, che pure declina la profondità della “differenza ontologica”, esca da questa limitazione.

Il “ri-conoscimento” di sé e dell’altro non si realizza immediatamente, ma dialetticamente attraverso il “mis-conoscimento”, ed entrambi non si esplicano solo a livello gnoseologico, come sembrano indicare le parole restringendone la valenza semantica, e restando ancora prigioniere non solo dell’assolutizzazione del soggetto conoscitivo, ma anche dell’eredità platonica del conoscere come riconoscere, della risoluzione del volere e agire bene nel sapere il bene. Un riconoscimento che oscuri o sottovaluti il sentire e il volere, si condanna a non esplicare pienamente se stesso, a non declinare la valenza dialettica, la profondità e l’ampiezza della sua tragicità dolorosa, l’urlo della carne viva, così come la gioia della festa, la pace e l’accoglienza dell’abbraccio.

Ma è nel movimento della identificazione di sé del soggetto la radice teoretica del riconoscimento/misconoscimento. Infatti la riflessione comporta l’oggettivazione di sé e ciò richiede il distacco, l’elevazione, la distinzione e il ritorno a sé. Questo movimento dinamico/dialettico della consapevolezza di sé, della realizzazione di sé, richiede la differenza, ossia l’irruzione dell’altro e del mondo. Infatti il soggetto, se veramente riflettere su se stesso, deve oggettivarsi, quindi reduplicarsi, con tutti i limiti di una oggettivazione incompiuta ed errante; se così non fosse, il soggetto si ridurrebbe alla materia irrelata a se stessa e caratterizzata dalla esteriorità in ogni sua parte. Il soggetto oggettivato deve a sua volta essere riflettente se è soggetto, e quindi oggettivarsi a sua volta e così via ad infinitum. La molteplicità soggettiva, l’alterità, è insita nella soggettività, nel suo identificarsi. La riflessione non è solitaria, ma comunitaria, societaria, anche partendo dal soggetto. La differenza è essenziale per la determinazione dell’identità – omnis determinatio est negatio – e l’identità è necessaria alla differenza per identificarsi, in questo senso è ineludibile la sollecitazione della dialettica hegeliana, con il ruolo che riconosce all’immane potenza del negativo.

Anche l’espressione di “autocoscienza” è segnata dal prevalere della dimensione gnoseologica e perciò risulta inadeguata ad esprimere la molteplicità delle determinazioni di una consapevolezza di sé complessa, che riguarda il sentire, il volere, oltre che l’intendere.

Il soggetto costituisce così una identità in divenire e un intero relazionale, espressioni i cui termini sono da intendere dialetticamente. Dunque il riconoscersi è mediato dal tu: una mediazione faticosa, non scontata, errabonda e conflittuale, ambientalmente situata ed esposta alla tradizione. La relazione con sé non ha il carattere della trasparenza, né della solitudine, né della riflessione assoluta in cui già da sempre è risolta l’estraneazione e l’erramento del riconoscimento. La relazione con sé comporta ed esige quella con gli altri e con il mondo, comporta il sollevarsi ad un méta/mèta che rappresenta la perfezione, il superiore livello qualitativamente inverante dell’intendere, sentire e volere. La contraddittoria assolutizzazione della finitezza dei soggetti, l’infinitizzazione del volere. del sentire e dell’intendere scambiata per la perfezione, è alla base del conflitto. Il distacco e il sollevarsi non sono assoluti: non è possibile porsi totalmente fuori dall’esperienza, dall’ambiente, dalla relazione con gli altri, dall’orizzonte culturale; e tuttavia, il pensare, volere e sentire implicano un esser fuori dallo schiacciamento nell’ambiente e dalla bisognosità animale. La riflessione comporta un sollevarsi, un esser dentro-fuori, che permette, almeno in parte, di elevarsi alla relazione responsabile, al dono, all’arte, al sacro, alla filosofia, secondo percorsi dialettici in cui il conflitto, con la sua negazione/ri-conoscimento dell’altro entra prepotentemente.

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